Screening e sorveglianza
Screening e sorveglianza: le armi vincenti contro l’epatocarcinoma
Il tumore del fegato miete ancora molte vittime. In Italia sono circa 4-5mila, ogni anno, i decessi dovuti a questa temibile neoplasia. Oggi le possibilità di trattarlo sono aumentate, ma l’efficacia delle terapie è tanto maggiore quanto prima viene diagnosticato. Il problema però è che in fase precoce, l’epatocarcinoma, è assolutamente asintomatico. Soltanto l’applicazione adeguata di programmi di screening e sorveglianza può aiutare a individuarlo presto, aumentando le possibilità di cura.
- Riconoscere le fasi precoci
- Test ed esami
- La sorveglianza
- Così si riduce la mortalità
- I punti deboli da migliorare
Riconoscere le fasi precoci
Lo screening, ovvero, l’esecuzione di un esame diagnostico mirato, ha lo scopo di identificare lesioni tumorali in fase precoce.
L’esame, che nel caso del tumore epatico è l’ecografia del fegato, è offerto periodicamente per riconoscere la neoplasia nelle prime fasi e migliorare così le possibilità di terapia e di guarigione.
Lo screening permette, inoltre, di selezionare le persone da sottoporre a successive indagini diagnostiche di approfondimento o da avviare ai programmi di sorveglianza, che prevedono la ripetizione dei test di screening a intervalli regolari e prestabiliti.
Sebbene le malattie del fegato – da quelle meno gravi al tumore stesso – nella maggior parte dei casi non diano sintomi e, quindi, siano difficili da identificare, uno screening a tappeto su tutta la popolazione non è comunque giustificato, visto che i soggetti a rischio di sviluppare un carcinoma al fegato sono ben identificati.
L’epatocarcinoma, infatti, colpisce con particolare frequenza i pazienti con cirrosi; è stato evidenziato che tale associazione è presente nell’80-90% dei casi, e il rischio che la cirrosi evolva in tumore è compreso tra il 2 e il 5% all’anno, a seconda della causa della cirrosi stessa.
Il tumore, inoltre, si sviluppa anche in una quota elevata di soggetti con epatite B cronica.
Test ed esami
L’ecografia epatica è il metodo di scelta per lo screening dell’epatocarcinoma poiché è una metodica che presenta un’elevata accuratezza diagnostica.
È poco costosa e non è invasiva, perciò ben accettata dai pazienti. Il riscontro ecografico di nodulo di nuova comparsa in un fegato cirrotico deve indurre a eseguire esami di conferma come la TAC, la risonanza magnetica (RM) o, in casi selezionati, la biopsia epatica.
La determinazione dell’alfa-fetoproteina (AFP), al contrario, non è più considerata affidabile come test di screening per l’elevata percentuale di risultati falsi positivi e falsi negativi nei pazienti con epatite cronica e con cirrosi, ma è contemplata come analisi da eseguire, insieme all’ecografia, nei programmi di sorveglianza.
La sorveglianza
Nei pazienti a rischio elevato di sviluppare un tumore epatico è raccomandata la sorveglianza ecografica semestrale.
Tali pazienti sono, essenzialmente, i soggetti con cirrosi (da epatite C, alcolica o da cause metaboliche) e quelli con epatite B attiva, anche in assenza di segni clinici evidenti di cirrosi, poiché le infezioni da HBV sono ad alto rischio di evoluzione verso il tumore, indipendentemente dal grado di malattia del fegato.
A maggior ragione, naturalmente, se l’epatite B si associa a segni di cirrosi. È ancora dubbio, invece, se debbano o meno essere inseriti nei programmi di sorveglianza i soggetti con steatoepatite non alcolica.
L’intervallo di tempo tra l’esecuzione delle analisi è stato calcolato tenendo conto della velocità di crescita dell’epatocarcinoma, unica variabile che influenza la cadenza dei controlli, qualunque sia il livello di rischio dei pazienti.
Si è visto, infatti, che il tempo medio in cui il tumore raddoppia il proprio volume è, appunto, sei mesi.
Nella sorveglianza, è previsto che, insieme all’ecografia addominale, venga eseguito anche il dosaggio ematico dell’alfa-fetoproteina (AFP), sebbene non si sia dimostrato sempre utile, data la ridotta capacità di identificare nuovi casi non riconosciuti dall’ecografia.
Così si riduce la mortalità
L’attuazione dello screening e della sorveglianza per tumore epatico è in grado di migliorare la sopravvivenza.
Negli ultimi anni, infatti, nei pazienti con cirrosi sottoposti a sorveglianza la mortalità per epatocarcinoma si è ridotta significativamente, grazie al miglioramento di diagnosi e terapia.
Nell’ultimo decennio il numero di pazienti che si sono presentati ai Centri di riferimento con diagnosi precoce è aumentato, fino a sfiorare, in alcune aree, il 50% sul totale delle diagnosi. Una quota di gran lunga superiore a quella degli anni precedenti, quando la maggioranza dei tumori era diagnosticata in fase avanzata.
Secondo i dati di uno studio recente, la sorveglianza ha consentito di identificare i tumori in uno stadio molto precoce e questo ha permesso di trattarli in modo efficace riducendo la mortalità per epatocarcinoma del 37%.
Anche uno studio italiano ha messo in evidenza una sopravvivenza significativamente più elevata nei pazienti cirrotici ai quali era stato diagnosticato un tumore epatico in corso di sorveglianza rispetto ai soggetti ai quali la diagnosi di tumore era stata posta occasionalmente a un esame ecografico eseguito al di fuori della sorveglianza.
I punti deboli da migliorare
Per quanto sia ormai chiaro che la sorveglianza permette diagnosi più tempestive e, di conseguenza, un migliore trattamento del tumore epatico, l’applicazione dei controlli programmati non è ancora ottimale.
Molti soggetti sfuggono allo screening poiché non sanno neppure di avere una patologia cronica del fegato oppure sottovalutano il loro stato.
Innanzitutto non va mai banalizzato il riscontro di un’alterazione, negli esami del sangue, degli enzimi epatici come le transaminasi o le gamma GT. È sempre bene indagarne le cause e ripetere gli esami dopo qualche mese, per controllare che i parametri si siano normalizzati.
Sarebbe utile, poi, che venissero eseguiti accertamenti sulla funzionalità del fegato e che, ove opportuno, venisse richiesta un’ecografia epatica in tutti coloro che presentano uno o più fattori di rischio quali: pregressi ripetuti interventi chirurgici o trasfusioni prima del 1990, storia familiare di epatite, consumo di elevate quantità di alcol, comportamenti a rischio di infezione con virus dell’epatite B e C (come uso di droghe per via iniettiva o rapporti sessuali occasionali non protetti).
A questi vanno ad aggiungersi i soggetti con problemi metabolici come diabete, obesità o sovrappeso, ipertensione, spesso causa di steatosi epatica non alcolica, una condizione inizialmente non grave, ma che se non viene corretta può portare a malattia cronica severa e, da qui, al tumore.
Susanna Trave








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